Aral, il lago fantasma

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Una spettrale flotta, composta dagli scafi arrugginiti di vecchi pescherecci arenati in mezzo al deserto, è la principale attrazione della città di Moynaq, in Uzbekistan. Qui un tempo c’era un porto e un florido mercato ittico. Quindicimila persone erano giornalmente impegnate nell’industria della pesca. Oggi la linea di costa si trova a circa 200 chilometri dalla città e continua ad allontanarsi, giorno dopo giorno.

Moynaq era uno dei principali centri commerciali eretti lungo le sponde del lago d’Aral, a cavallo tra l’Uzbekistan e il Kazakistan. Oggi, a ricordo di quel che era un florido mercato, non è rimasta che qualche pallida insegna sbiadita al sole; a causa di una forte emigrazione la città sta rapidamente scomparendo, così come il lago sulle cui sponde un tempo si affacciava. Oggi una delle poche fonti di sostentamento rimaste è un macabro turismo che conduce i visitatori a bordo di fuoristrada sull’antico letto del lago, ora un deserto incrostato di sale, alla ricerca delle carcasse arenate di vecchi pescherecci.

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Il lago d’Aral era un tempo un immenso bacino, esteso quasi quanto l’Irlanda, ben distinguibile su tutte le mappe dell’Asia centrale. Oggi è ridotto a circa un decimo delle sue dimensioni originarie. Persino il suo nome, “il mare delle isole” in chirghiso, ha perso ogni significato, dato che i tanti lembi di terra che un tempo costellavano le sue acque si sono ormai tramutati in timide colline che emergono dal fondo del deserto.

A causare l’improvvisa scomparsa del bacino è stata la mano dell’uomo: il prosciugamento è infatti avvenuto per le folli pianificazioni agricole dell’ex Unione Sovietica, nel giro di pochi decenni. Una gigantesca rete di canali, creata a partire dagli anni ‘40 per irrigare le colture intensive di cotone, create ex-novo nei territori desertici di Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan e particolarmente avide di acqua, ha progressivamente prosciugato i due imponenti immissari del lago, l’Amu Darya e il Syr Darya. In aggiunta, i canali sono stati costruiti in fretta e furia e con gravi problemi strutturali, causando lo perdita lungo il tragitto di buona parte delle acque raccolte. Il resto lo ha fatto la massiccia evaporazione, alimentata dalla stessa scomparsa del lago, che un tempo regolava il clima di tutta la regione. Oggi le estati sono più calde e aride, e le piogge sempre meno frequenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la linea di costa arretra ogni giorno, e il bacino originario risulta ormai diviso in due, con il “piccolo Aral” a nord, in territorio kazako, e il “grande Aral”, la parte più sofferente, a cavallo tra Kazakistan e Uzbekistan, a sud.

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Nella loro lucida follia, i piani quinquennali che hanno causato la scomparsa del lago avevano messo in preventivo la sua triste sorte: addirittura alcuni politici sovietici, ignorando totalmente gli ovvi cambiamenti di salinità, clima, composizione del terreno che l’evento avrebbe causato, avevano previsto che il fondo del lago, una volta tramutato in palude acquitrinosa, avrebbe potuto essere utilizzato per ospitare immense piantagioni di riso. La scomparsa dell’Aral ha invece causato la nascita dell’Aralkum, il deserto salato che si estende oggi dove un tempo si trovavano le sue acque. In aggiunta, la gestione totalmente dissennata delle coltivazioni di cotone, priva di rotazione delle colture e aggravata da un massiccio uso di erbicidi per liberare lo spazio per i campi e di fertilizzanti per fronteggiare l’impoverimento dei terreni, ha portato sul fondo disseccato del lago e sui centri che un tempo popolavano le sue coste una nuova piaga: le tempeste di sabbia miste a pesticidi.

Il risultato è stato una massiccia diffusione di malattie, in particolare itterizia, e la scomparsa di gran parte della biodiversità della zona. Oltre l’80% delle specie ittiche che popolavano le acque dell’Aral, e che costituivano la principale fonte di sostentamento economico di tutta la zona, sono scomparse, uccise dal fortissimo aumento della salinità, che è quintuplicata nel giro di pochi decenni e che ha ormai raggiunto il triplo dei valori medi dell’acqua marina. Nel folle tentativo di salvare l’economia locale, nei primi anni ‘80 il governo sovietico ha imposto che parte del pesce pescato nel lontanissimo mar Baltico venisse trasportato negli stabilimenti di Moynaq per l’inscatolamento, fino all’inevitabile abbandono di questa politica dai costi proibitivi.

C’è poi un’altra brutta, orribile pagina di storia recente strettamente legata al lago d’Aral: l’isola di Vozroždenie, un tempo circondata dalle sue acque ma ormai tramutata in penisola dal loro progressivo ritiro, è stata la sede del misterioso insediamento militare di Kantubek, dove per decenni sono state sviluppate dall’URSS armi batteriologiche a base di spore di antrace e di bacilli di peste bubbonica, mentre i residui della loro lavorazione sono stati regolarmente rilasciati nelle acque del lago. La segretezza della base era tale che molti degli scienziati che vi lavoravano venivano qui trasportati con voli aerei anonimi, senza che venisse loro comunicata la destinazione. Il laboratorio, dismesso nel 1991, è rimasto per oltre un decennio un pericolosissimo magazzino abbandonato di materiali contaminanti, mentre il progressivo ritiro delle acque e il ricongiungimento con la terraferma ha reso sempre più plausibile uno scenario in cui alcuni animali selvatici, accedendo casualmente ai vetusti magazzini di antrace, scatenavano una pandemia. Nel 2002 un team americano guidato dall’ingegnere biochimico Brian Hayes ha condotto una spedizione per bonificare l’area, neutralizzando oltre 100 tonnellate di antrace.

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L’isola di Vozroždenie nel 1994. Il lembo di terra è diventato una penisola nel 2002, a causa del ritiro delle acque del lago Aral.

Quale sarà il futuro del lago? Probabilmente per il “grande Aral” il destino è già segnato, complice la scoperta di giacimenti di gas naturale sul fondo dell’antico letto, che rendono estremamente improbabile qualunque tipo di scelta a favore di un recupero del bacino, soprattutto per quanto riguarda la sua parte in Uzbekistan, guidato da oltre vent’anni dal presidente Islom Karimov, giudicato da molti uno dei principali artefici del disastro ambientale. I soldi delle compagnie petrolifere, interessate all’estrazione del gas, hanno messo in sordina i reclami delle popolazioni locali, stremate da crisi economica, siccità e inquinamento. L’unica iniziativa presa dal governo uzbeko, di fatto, è stata l’introduzione degli “alberi del sale”, arbusti particolarmente adattati a condizioni di estrema salinità, per fronteggiare in qualche modo le ricorrenti tempeste di sabbia.

Qualche timido segnale di recupero è invece arrivato dalla parte kazaka, grazie alla creazione della diga Kokaral negli anni ‘90, lunga 12 chilometri, che, nonostante svariati problemi tecnici e un crollo nel 2005, fronteggiato con i fondi della Banca Mondiale, ha portato a un sensibile recupero del “piccolo Aral”, grazie, ironia della sorte, al suo isolamento dal bacino meridionale.

Il disastro del lago Aral, definito sia da Al Gore sia da Ban Ki-moon come una delle più grandi catastrofi ambientali di sempre, è la testimonianza di come l’uomo possa creare, con la dissennatezza delle proprie scelte, danni irreparabili al territorio in tempi brevissimi su ambienti di dimensioni imponenti. Un esempio da tenere sempre a mente e da non ripetere mai.

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Un’isola tra le nuvole

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Per anni, il grande naturalista David Attenborough è stato affascinato, e al tempo stesso ossessionato, da un quadro appeso nel suo salotto, raffigurante una maestosa montagna dalla cima piatta, il monte Roraima.

Fantasticare su un luogo del genere è quasi inevitabile: questa massiccia formazione, dal profilo riconoscibile anche da decine di chilometri di distanza, è alta poco meno di tremila metri e la sua sommità è quasi irraggiungibile, in quanto delimitata su ogni lato da pareti a strapiombo alte quattrocento metri.

La fantasia spinse Arthur Conan Doyle, “papà”, fra gli altri, di Sherlock Holmes, a ispirarsi al monte Roraima per scrivere il suo celebre romanzo “Il mondo perduto”, pubblicato nel 1912, in cui immaginava che su un inaccessibile altopiano della Guyana fossero sopravvissuti i dinosauri e altri animali preistorici, scampati, grazie alla protezione data dall’isolamento, all’estinzione di massa che aveva colpito il resto del mondo naturale. L’ispirazione era stata, per certi versi, “aiutata” dalla prima spedizione di successo sulla vetta del monte, guidata dall’esploratore inglese Everard Ferdinand im Thurn nel dicembre 1884, che aveva svelato un ambiente completamente diverso, sia nel clima sia nelle popolazioni animali e vegetali, rispetto al mondo sottostante.

Ci troviamo in sud America, al confine fra tre nazioni: Venezuela, Brasile e Guyana, in corrispondenza dell’antichissimo Massiccio della Guyana, risalente addirittura al Precambriano: la sua formazione è stata infatti stimata in un periodo compreso fra i 2,5 e i 1,9 miliardi di anni fa.

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Il Roraima, così come altre formazioni tipiche di quest’area, è un Tepui, termine che significa “Casa degli dei” nella lingua degli indigeni Pemon. Queste formazioni sono il risultato di milioni di anni di erosione che hanno cancellato tutta la roccia circostante, lasciando solo questi massicci, composti soprattutto da quarzite e arenaria, a emergere dal substrato di base, formato principalmente da granito. Un altro tepui conosciuto in tutto il mondo è l’Auyantepui in Venezuela, da cui si originano le famose cascate del Salto Angel, le più alte del mondo grazie al loro “viaggio” di quasi un chilometro di caduta libera.

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Non è un evento raro che il Roraima emerga al di sopra di una fitta coltre di nuvole, come una sorta di isola in mezzo a un mare bianco. Ed è proprio con le isole che questo incredibile ambiente condivide molte caratteristiche. Innanzitutto, la separazione dagli ambienti circostanti. Quando si parla di “isola” in termini ecologici, infatti, non necessariamente ci stiamo riferendo a un lembo di terra in mezzo al mare: spesso valli isolate, ghiacciai, fosse abissali, laghi o altri ambienti nettamente separati dal resto del mondo hanno le stesse caratteristiche peculiari di un’isola.

Isolamento, nel mondo naturale, significa spesso differenziazione e conseguente nascita di endemismi, ovvero di specie o varietà esclusive di un determinato territorio. Il monte Roraima, così come altri tepui di quest’area, chiamata Gran Sabana, presenta tante piante e animali che non si trovano da nessun altra parte del mondo.

Niente dinosauri, per la delusione dei fans di Conan Doyle, ma tante sorprese: prima fra tutte la massiccia presenza di piante carnivore, di cui alcune esclusive della vetta del monte. Qual è il motivo della loro presenza? Semplice, le piante carnivore, ovunque nel mondo, rappresentano un chiaro esempio di risposta adattativa a difficoltà ambientali, essendosi originate laddove terreni molto poveri di nutrienti, in particolare di azoto, lo rendevano necessario. Quello che non poteva essere assorbito dalle radici veniva così integrato con le proteine degli animali catturati, principalmente insetti. Per il Roraima la causa della presenza di così tante piante carnivore è proprio questa: il clima è particolare e completamente diverso da quello tropicale delle foreste sottostanti. Qui l’aria è fresca, l’altitudine e la fortissima piovosità non permettono la formazione di una vegetazione fitta e in grado di dare origine a un terreno sufficientemente carico di nutrienti, motivo per cui si è rivelata necessaria la comparsa di questa strategia di sopravvivenza.

E la fauna? Pochi uccelli sono arrivati a popolare, peraltro saltuariamente, l’ambiente dell’altopiano: ben più consone alle loro necessità sono le fitte e rigogliose foreste amazzoniche sottostanti, ricche di cibo e dalle temperature ben più alte. Gli insetti invece sono presenti e numerosi (e difatti sono il motivo fondamentale del successo delle piante carnivore), mentre tra i vertebrati l’endemismo più conosciuto è un piccolo anfibio anuro, Oreophrynella quelchii.

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Questo rospetto di colore nero è incapace di saltare: l’assenza di predatori gli ha fatto perdere questa caratteristica nel corso dell’evoluzione. D’altra parte, se non ci sono rischi, perché sprecare energie preziose, soprattutto se si vive in un ambiente così povero di risorse? E in realtà anche per questo animaletto alcuni rischi ci sono: sulla lista rossa dell’IUCN, dove vengono raccolte tutte le specie animali e vegetali in pericolo di estinzione, Oreophrynella quelchii è schedata come “vulnerabile”, sia per il ridotto areale di distribuzione, sia perché i turisti che si avventurano sulla vetta del Roraima hanno la pessima abitudine di prendere in mano gli animali. In questo senso le aree protette entro cui ricade il Roraima (Monumento Natural Los Tepuyes in Venezuela, Parque Nacional Monte Roraima in Brasile) stanno già operando per sensibilizzare gli escursionisti al vecchio classico “guardare e non toccare”.

Oltre all’incredibile forza visiva che non può non sollecitare la fantasia, i Tepui sono importanti isole di biodiversità che potrebbero celare sorprese inaspettatamente utili anche in campo medico: uno studio condotto da un’equipe di scienziati spagnoli su sedici differenti piante endemiche del monte Roraima ha evidenziato infatti che nove di queste mostrano una forte capacità inibitoria sui tumori, quattro in aggiunta producono attività citotossica (un attacco immunitario alle cellule infettate da virus o batteri). Un riassunto dei risultati di questi studi può essere visto in un poster, scaricabile a questo indirizzo.

‎Chi non potesse andare fisicamente fino in sud America, e non volesse accontentarsi di viaggiare con la fantasia, può comunque soddisfare almeno in parte la sua curiosità, grazie alla visita virtuale al Salto Angel, che può essere effettuata da questo sito:

http://www.airpano.ru/files/Angel/2-2

La biodiversità, termine di cui tante, troppe persone si servono senza conoscerne l’importanza, non è un qualcosa di astratto e che ha valore solo per gli appassionati: conservare e mantenere integra la ricchezza biologica del nostro pianeta è fondamentale non soltanto per il piacere puramente estetico – ma comunque importante – di trasmettere ai nostri figli e nipoti una natura non impoverita dall’azione distruttiva dell’uomo, ma anche per sviluppare nuovi settori di ricerca, ad esempio in campo medico o alimentare. I Tepui, in questo senso, sono un esempio assolutamente fondamentale di come il nostro pianeta sia ricchissimo di piccoli, autentici scrigni di biodiversità che vanno protetti a ogni costo, alcuni ancora tutti da scoprire.

E, alla fine, sir David Attenborough è riuscito a realizzare il suo sogno? Ovviamente sì, nel 1995, girando – guardacaso – la serie “The private life of plants” per la BBC. A questo indirizzo è possibile vedere un estratto da questa serie, in cui il grande naturalista britannico ci racconta vita, morte e miracoli delle piante carnivore del monte Roraima, l’isola in mezzo alle nuvole.

 http://www.bbc.co.uk/programmes/p00lx3pb

The Lazarus syndrome, ovvero il ritorno dei mai-estinti

Una brulla, arida e frastagliata colonna di roccia alta oltre cinquecento metri si erge, imponente e solitaria, dalle acque del Pacifico, a circa seicento chilometri a est delle coste australiane. Questo isolato sperone di roccia prende il nome di Ball’s pyramid, la piramide di Ball. Si trova all’incirca a metà strada tra Australia e Nuova Zelanda, nel Mar di Tasman e, grazie ai suoi 562 metri di quota raggiunti dalla sua vetta, detiene il primato di faraglione più alto del mondo.

Ma non è per questo insolito record che Ball’s pyramid è conosciuta in tutto il mondo. Qui, nel febbraio 2001, i due scienziati australiani David Priddel e Nicholas Carlile, insieme ad altri due compagni di viaggio, si avventurarono sulle sue ripidissime pareti nella speranza di rinvenire un piccolo tesoro ritenuto ormai perduto da decenni.

L’obiettivo della ricerca non era ritrovare una gemma preziosa, bensì un organismo vivente: la cosiddetta “aragosta di terra”, in realtà un insetto dell’ordine dei Fasmidi, l’insetto stecco dell’isola di Lord Howe (Dryococelus australis), animale dalle dimensioni sorprendenti (fino a 25 grammi di peso e 15 centimetri di lunghezza), ritenuto estinto dal 1920. La sua scomparsa era stata causata dall’arrivo dei ratti neri sull’isola, che non avevano avuto difficoltà a predare l’insetto, lento e non abituato a questo tipo di predatori. L’arrivo dei roditori era indirettamente legato all’uomo: infestavano la nave da rifornimenti Makambo, e invasero rapidamente l’isola in seguito al suo arenaggio.

Questo insetto in effetti era una specie esclusiva dell’isola da cui prende il nome, un affascinante polo di straordinaria biodiversità, distante pochi chilometri dal desolato faraglione di Ball’s pyramid, dove, oltre all’insetto gigante, si possono tuttora incontrare molti altri endemismi, tra cui circa metà delle specie di piante presenti e un uccello incapace di volare (caratteristica tipica di molte specie insulari), il rallo di Lord Howe (Gallirallus sylvestris).

I due scienziati australiani si avventurarono sulle ripide pareti del faraglione, spinti dalla speranza di ritrovare ancora qualche esemplare vivente. Nel 1964 alcuni scalatori avevano trovato su Ball’s pyramid il resto di un esemplare ormai essiccato da tempo e cinque anni dopo ne erano stati rinvenuti altri due. Questi ritrovamenti casuali davano ancora una flebile speranza a Priddel e Carlile, sebbene fosse estremamente improbabile ipotizzare la presenza di un insetto vegetariano, tipico abitante del sottobosco, in un ambiente così arido e inospitale.

L’ascesa fu improduttiva, se non per il rinvenimento di un piccolo crepaccio nella roccia, a circa 70 metri di quota, popolato da una fitta vegetazione dove era presente un unico arbusto di Melaleuca, habitat ideale dell’animale; al ritorno al campo base un’intuizione di David Priddel fu però fondamentale: l’insetto stecco era un animale notturno, bisognava pertanto ritornare in quella piccola oasi nel pieno della notte. Così venne fatto, e il sorprendente rinvenimento di circa trenta esemplari, questa volta vivi, tutti assiepati sotto quell’unico arbusto, tramutò la spedizione in un autentico successo. In breve, grazie al grande clamore suscitato dalla scoperta, venne dato il via a un programma di conservazione e recupero della specie, definita “l’insetto più raro del mondo” dai media, che è tuttora in atto. Dopo anni di tentativi, a partire da pochissimi esemplari prelevati con la massima cura dal faraglione, gli insetti stecco giganti si sono ora riprodotti con successo in cattività sia in Australia (a Melbourne e Sydney), sia nello zoo di San Antonio in Texas, ed è ora in corso un programma di reintroduzione nella loro isola originaria in un ambiente controllato, insieme all’avanzamento di un programma di eradicazione del ratto nero.

Le sorprendenti vicissitudini del fasmide ci offrono lo spunto per scoprire quei rari casi in cui, secondo la cosiddetta Lazarus syndrome, alcune specie ritenute ormai estinte vengano riscoperte in natura. I casi sono pochi ma possono aiutarci a tenere accesa la fiammella della speranza, sia per quelle specie di cui ormai si è persa traccia, sia per quelle ancora esistenti, ma a un passo dall’estinzione.

Un altro esempio recente è dato dal “ferreret” o rospo delle Baleari (Alytes muletensis), descritto e identificato sulla base di resti fossili nel 1977, e ritenuto estinto fino a due anni dopo, quando alcuni animali vivi vennero riscoperti in aree particolarmente impervie di Maiorca, isola di cui è endemico. Anche in questo caso, un programma di recupero in cattività e reintroduzione sull’isola ha condotto al recupero della specie, ora considerata come “vulnerabile” dalla Lista Rossa IUCN, elenco che raccoglie le informazioni sullo stato di conservazione di animali e vegetali di tutto il mondo.

Da non dimenticare il petrello di Madera (o petrello di Zino, Pterodroma madeira), ritenuto uno degli uccelli più rari d’Europa, endemico dell’isola portoghese di Madera e riscoperto nel 1969 dopo che per quasi trent’anni se ne erano perse quasi totalmente le tracce e che ora è rigidamente protetto e costantemente monitorato, e la wollemia (Wollemia nobilis), una conifera della famiglia Araucariacee, di cui si conoscevano solamente esemplari fossili e che fu riscoperta nel 1994 in un remoto canyon del Wollemi National Park, nel Nuovo Galles del Sud in Australia, dal guardaparco David Noble, da cui prese il nome. Prima di allora, le uniche tracce conosciute di questa pianta erano resti fossili risalenti a circa novanta milioni di anni fa. Un sorprendente programma di commercializzazione e distribuzione dei semi, con lo scopo di finanziare autonomamente il recupero della specie in natura, ha condotto al salvataggio di una pianta che era sull’orlo dell’estinzione con soltanto un centinaio di esemplari, e che rappresentava, e rappresenta tuttora, un incredibile esempio di fossile vivente, ossia di specie rimasta immutata (o quasi) per milioni di anni.

Ma il caso più conosciuto di specie ritornata dal mondo dei “non-estinti” è, senz’ombra di dubbio, il celacanto, ultimo rappresentante della più antica linea evolutiva di pesci conosciuta, risalente addirittura al Devoniano, circa 390 milioni di anni fa.

L’animale venne scoperto nel 1938 dalla curatrice del museo di East London in Sudafrica Marjorie Courtenay-Latimer, in mezzo al raccolto di alcuni pescatori locali. Non ritenendola ascrivibile a nessuna specie conosciuta, mostrò l’esemplare ormai imbalsamato al professor James Leonard Brierley Smith, che lo identificò come il celacanto, una specie conosciuta soltanto in forma fossile, ritenuta estinta dal Cretaceo. Dalla sua scopritrice e dal luogo del ritrovamento (la foce del fiume Chalumna, nell’Oceano Indiano) prese il nome scientifico, essendo chiamato Latimeria chalumnae. Oggi nella sala centrale del Museo di Storia Naturale di Londra fanno bella mostra di sé due esemplari di celacanto, uno fossile e vecchio di milioni di anni, l’altro pescato nel 1960.

In realtà sarebbe più corretto parlare di “celacanti” al plurale, dato che in tempi recenti (1999) è stata identificata una seconda specie, chiamata Latimeria menadoensis, il celacanto indonesiano, distinta dalla prima specie, il celacanto delle Comore.

Nonostante i severi regolamenti di conservazione e l’incredibile notorietà portata dalla sua riscoperta, il celacanto, essendo spesso vittima di battute di pesca che hanno come obiettivo ben altre specie, è tuttora in grave rischio: Latimeria chalumnae è gravemente minacciato, mentre Latimeria menadoensis è ritenuto vulnerabile dall’IUCN. Il motivo è presto detto: l’impoverimento dei mari e il conseguente spingersi delle reti dei pescatori verso acque sempre più profonde, mai raggiunte in passato, colpisce in pieno l’habitat del celacanto, pesce che vive abitualmente oltre i cento metri di profondità.

Una testimonianza viva e profonda di come sia possibile modificare la natura fino a colpire gravemente anche specie note al grande pubblico e fortemente tutelate, ma anche di come sia sempre necessario tenere duro fino all’ultimo: per recuperare una specie dal baratro dell’estinzione bastano a volte pochissimi esemplari, persino, in certi rari casi, quando è stato persino superato il confine della stimata MVP (Popolazione Minima Vitale), sotto la quale, teoricamente, nessuna specie può sopravvivere. Un promemoria da tenere sempre a mente, per ricordarci che gli sforzi per conservare le specie che popolano il nostro pianeta non sono mai inutili.

Killer monkeys

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Nel 1960, durante il suo primo anno di ricerche nella foresta di Gombe in Tanzania, Jane Goodall scoprì qualcosa di inaspettato per molti naturalisti e primatologi dell’epoca: gli scimpanzé sono efficienti e spietati predatori e, conseguentemente, la loro dieta prevede un consumo regolare di carne.

Per quale motivo tale scoperta fosse sorprendente è presto detto: le scimmie antropomorfe (apes per gli anglosassoni, per distinguerle da tutti gli altri primati, chiamati monkeys e creando, a mio avviso, una differenziazione piuttosto forzata) erano infatti  considerate al tempo quasi totalmente vegetariane, con piccole e trascurabili eccezioni. Bonobo, gorilla e orango sono in effetti in grandissima parte frugivori, e solo di rado si nutrono di insetti o piccoli vertebrati. Per gli scimpanzé, come osservato inizialmente dalla Goodall, è diverso: essi organizzano vere e proprie battute di caccia e orientano la loro predazione verso animali anche medio-grandi, come altre specie di scimmie o addirittura piccoli ungulati.

Ogni grande scoperta scientifica che si rispetti porta con sé tanti nuovi interrogativi e questa non fece certo eccezione viste le sue tante implicazioni, sia sull’etologia e le abitudini alimentari della specie Pan troglodytes ma anche e soprattutto sullo studio evoluzionistico dell’uomo e di come sia nato e si sia sviluppato l’istinto predatorio e il carnivorismo nei progenitori della nostra specie.

Il fatto di essere la “specie animale più affine all’uomo” e offrire il fianco a titoloni a effetto con il solito, abusatissimo 99% di genoma in comune (che in realtà è il 98%, come ha spiegato Katherine Pollard in un articolo su “Le Scienze”, ben ripreso da una voce di Wikipedia ottimamente compilata) può però essere un punto di partenza per ricerche – serie – sulla nostra specie, cercando di trovare o immaginare affinità tra il comportamento attuale delle scimmie di Gombe e quello dei progenitori dell’uomo, che, verosimilmente, abitavano ambienti simili e dovevano affrontare le stesse sfide per la sopravvivenza.

Nondimeno, il fatto di avere un antenato comune non lontanissimo nel tempo (i due “bracci” evolutivi di uomo e scimpanzé si sono presumibilmente separati qualcosa come 5-6 milioni di anni fa, secondo stime condivise dai più) ci può far capire che questi comportamenti siano nati sia da esigenze nutrizionali sia, sorprendentemente, anche sociali.

Uno studio condotto nel Taï National Park, in Costa d’Avorio, da Christina M. Gomes e Cristophe Boesch del Max-Planck Institut ha infatti approfondito nel dettaglio il comportamento predatorio degli scimpanzé, rivelando alcuni aspetti molto interessanti:

 - gli scimpanzé cacciano sia singolarmente che in gruppo, ma la caccia di gruppo è di gran lunga il sistema più diffuso;

- i gruppi sono composti di solito da una decina di scimpanzé, ma possono arrivare fino a 35 esemplari;

 - a cacciare sono soprattutto i maschi adulti o adolescenti; le femmine talvolta fanno parte dei gruppi di caccia, ma hanno per lo più ruoli marginali;

 - i gruppi di caccia sono organizzati molto bene, così come ben stabiliti sono i ruoli dei vari membri (spiegati con chiarezza da un articolo di Cristophe Boesch del 2001): ambusher, blocker, chaser, driver. In particolare, quando il gruppo ha accerchiato sui rami più alti e isolati della foresta i colobi rossi, scimmie arboricole che, sia a Taï che a Gombe, rappresentano di gran lunga la loro preda preferita, i ruoli degli accerchiatori e di chi poi sale a raggiungere le vittime è sempre prestabilito;

 -le battute di caccia sono più frequenti nei mesi della stagione secca, in cui per gli scimpanzé è più difficile procurarsi nutrimento vegetariano.

 Quello che è però interessante dal punto di vista sociale è che, a caccia terminata, avvenga una spartizione del bottino. La carne viene offerta dai cacciatori sia alle femmine (in estro e non), sia ad altri maschi. Nel primo caso è ovvia la connessione:  i cacciatori che offrono la carne alle femmine hanno maggiori possibilità di accoppiarsi (e pare che questo sia dimostrato proprio dal fatto che, statisticamente, i migliori cacciatori siano quelli che hanno anche un maggior successo riproduttivo). L’interesse è, in questo caso, a lungo termine, come dimostrato dal fatto che non sempre alle offerte corrisponda il concedersi da parte delle femmine e che le offerte siano rivolte anche a quelle non in estro. Per le offerte ad altri maschi invece le ragioni potrebbero essere legate ai rapporti sociali, alla pacificazione tra rivali o a semplici favori reciproci.

 Anche se si rientra nel campo delle ipotesi, è giusto a questo punto cercare i punti in comune con i nostri precursori, in particolare con gli Australopitecini, i progenitori più vicini all’antenato comune che ci separa dagli scimpanzé. Come ben sottolineato in un articolo di Craig Stanford pubblicato su American Scientist, è ben probabile che le implicazioni sociali, di successo riproduttivo e “politiche” nella creazione di gruppi di caccia e di spartizione del bottino fossero almeno in parte simili a quelle delle scimmie attuali; e questo nonostante le evidenti differenze, costituite da una società probabilmente più complessa di quella degli scimpanzé, l’andatura bipede già presente, ad esempio, in Australopithecus ramidus oltre 4 milioni di anni fa, canini meno sviluppati e così via.

 Questo ci potrà in futuro far capire ancora meglio quali siano stati gli equilibri sociali nei nostri progenitori più antichi, per capire cosa ci ha portato a diventare la specie opportunista che siamo oggi, anche se ovviamente si rimane nel campo delle ipotesi: l’etologia non è una scienza esatta e meno che mai lo è la paleontologia, ma quello che si è scoperto in questi ultimi decenni nelle foreste di Gombe e di Taï può senz’altro offrire un’affascinante finestra sul nostro passato e sull’evoluzione del nostro comportamento sociale.

Post scriptum: ringrazio Francesco D’Amico per la segnalazione del mio articolo sulla Fauna di Ediacara sul suo interessante blog The light blue ribbon. Grazie e alla prossima!

Ma come parli? - Festival della Scienza 2013

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Ma come parli?

Comunicazione bestiale: come gli animali parlano, ascoltano e si fanno belli
Cosa canta una megattera quando vuole sedurre una papabile compagna? Che passo di danza esegue l’uccello del paradiso che vuole farsi bello per la femmina che ha scelto? E come mai le piante sembrano agghindarsi civettuole di fiori così belli? Come la specie umana comunica in ogni modo per poter sedurre l’altro sesso e perpetrare i propri geni, anche animali e piante possono darci qualche consiglio su come essere seducenti quando cerchiamo la nostra dolce metà. Impariamo come animali e piante non si limitino a usare suoni e colori per mettersi in mostra, ma sfruttino per fare colpo anche movenze e odori. Attraverso quiz e giochi scopriamo un messaggio preciso da dover comunicare, ma senza parlare: sfidiamoci a spiegarlo imitando animali e piante, per poter comprendere meglio quanto la comunicazione tra specie viventi sia essenziale nella costruzione di rapporti personali e di società complesse e funzionanti. Una capacità senza la quale non vi sarebbe ne evoluzione ne prosecuzione della specie e che accomuna tanto le metropoli delle formiche quanto quelle degli uomini.

A cura di

Chiara Segré, Debora Serra, Paolo Degiovanni, Alfonso Lucifredi
Acquario di Genova - Galleria Atlantide, dal 24 ottobre al 3 novembre 2013.
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